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Alcune riflessioni su Gianmaria Testa 
articolo pubblicato il 2 ottobre 2007
PREMIO TENCO 2007
IL MERITATO TRIONFO DI GIANMARIA TESTA

Gianmaria Testa ha vinto l’edizione 2007 della Targa Tenco, il prestigioso riconoscimento che premia ogni anno il migliore disco della Canzone d’Autore in Italia con: da questa parte del mare

Premessa necessaria: non sarò né obiettivo né imparziale. Sono troppo innamorato delle armonie, della voce, del lirismo di Gianmaria per non essere assolutamente convinto che premiarlo era l’unica cosa che potevano fare i giurati della più importante rassegna sulla musica d’autore che ci sia in Italia.

Gianmaria è stato grande.
Perché ha lasciato liberamente volare la propria “Mongolfiera” ”Fuori dalle mura” con l'andamento ondeggiante di un “Valzer di un giorno”, per farla, infine, approdare alle “Altre Latitudini”, quelle che si trovano solo “da questa parte del mare”, dove 11 canzoni arrivano ad essere un’opera d’arte che ci illumina sulla nostra condizione umana, aiutandoci a recuperare il senso di appartenenza ad una comune identità di una poetica, espressione di una bellezza interiore, che è propria delle radici culturali di ogni essere umano.

Ha avuto il merito di aver lasciato lungamente sedimentare sentimenti, sensazioni e riflessioni scaturite nei primi anni '90 quando gli capitò di vedere: “dei clandestini scaricati come zavorra dentro a un gommone attraccato a duecento metri da una spiaggia in Puglia" (come ci racconta lui stesso nel libretto che accompagna il cd). Per esprimere correttamente le proprie emozioni occorre il giusto tempo, per non rischiare di essere schiavo della pressione delle contingenze senza potersi rendere conto di ciò che accade (… cosa vuoi mai vedere / qui c’è uno che grida / che dice ch’è tardi / e bisogna partire… da: “Rrock”).

E tutto questo con l’onestà e la semplicità di chi ammette che, pur parlando dei popoli migranti, in realtà ci parla anche d’altro (“Non ho scritto per loro. Non ne sarei capace. Ho scritto per me e per quelli che, come me, stanno da questa parte del mare”). Infatti con “da questa parte del mare” Gianmaria ha prodotto un’opera che fotografa una delle problematiche simbolo dei nostri tempi: quella della travagliata esistenza dei popoli migranti.
Il suo è uno sguardo che si allarga a delta sulle esistenze dei sofferenti (… e in fondo al mare/ in fondo al mare profondo/ ci lascio il canto mio/ che non consola/ per chi è partito/ e si è perduto al mondo … - da: “Una barca scura”), degli sconfitti dalla storia, dei reietti della propria patria, che si vedono rifiutati anche da quella che avevano erroneamente creduto essere la terra promessa di un ipotetico futuro migliore. Inoltre il discorso sulla migrazione, anzi la nostra visione di essa da parte di noi occidentali, si fa osservatorio di un nostro piuttosto che di un altrui malessere. Perché è, sì, visione ed interpretazione di un mondo, ma è anche l’abbraccio di chi assume la responsabilità di tentare di com-patire storie particolari, fino a identificarsi in esse (..sono quello che tende la mano al semaforo rosso… - da: “Tela di ragno”), per renderle universali, e per ricordare a tutti noi che solo pochi decenni fa toccava ai nostri avi trovarsi in analoghe condizioni (… viene da lontano un canto così accorato/ è il minatore bruno laggiù emigrato/ la sua canzone è il canto di un esiliato… - da: “Miniera”).

E’ un invito pressante ad uscire dall’oblio (… eppure lo sapevamo anche noi/ l’odore delle stive/ l’amaro del partire/…/ e un abitare magro e magro/ che non diventa casa/…/ lo sapevamo anche noi questo guardare muto – da: “Ritals”), affinché nasca l’urgenza di una ricerca di salvezza per uno smarrimento di identità (… ci siamo perduti qui/ rubati dell’incanto/ ci hanno divisi qui/ e non ritrovo il passo … - da: “Il passo e l’incanto”), per il desiderio di sapere chi siamo (… perché un nome è perduto per sempre se nessuno lo chiama - da: “Forse qualcuno domani”), più nostro che li riceviamo, che di coloro i quali: “… hanno cercato quello che non c’era/ …/ e hanno piegato gli occhi al vento prima di andare via …(da: “Seminatori di grano”).

Alla fine di tutto questo peregrinare dolente, di anime oltre che di corpi, sembra però esservi un barlume di speranza. La speranza che si possa raggiungere l’orizzonte di un luogo e di un tempo in cui ci si possa rinchiudere con le sole cose che sono importanti, lasciando fuori il resto del mondo, per dare ad ogni cosa il suo senso più profondo e autentico (… volevo tenere per te/ una sola di tante stagioni/ ma volevo tenerla per te/ per te sola e tutti gli altri fuori/ volevo che fosse per te/ anche l’ultimo fiato sospeso/ volevo tenerlo per te/ questo fuoco che è acceso … - da: “3/4”).

Solo De Andrè e Fossati erano riusciti ad ottenere così tanto (a proposito: ma ve lo immaginate un canto a tre voci tra Fabrizio, Ivano e Gianmaria sulle note saltellanti di ”Al mercato di porta palazzo” ?).
Il pezzo conclusivo “La nostra città” è tanto minimalista quanto enigmatico. Sembra quasi un testo zen. Straniante ed allusivo. Affascinante e sfuggente. La rivendicazione di appartenenza ad un luogo ed alla sua comunità, ed il sussurro di una struggente e silenziosa affermazione di impossibilità di vivere in un tale crepuscolo. Agghiacciantemente bellissimo. La descrizione di un mondo, addirittura di un universo, tutto racchiuso in poche bolle d’aria di versi e note di sola chitarra:
“E’ la nostra città,
una città piccola
e non ci passano tram
ma ci passa il fiume
e sopra il fiume le foglie
e sopra le foglie il sole
che di novembre è un attimo
come di ferro lucido
delle città importanti
dove ci passano
i tram”
Gianmaria ha da sempre avuto il merito ed il gusto di accompagnarsi a musicisti eccellenti (ricordiamo nel passato Mario Brunello, Pier Mario Giovandone, Rita Marcotulli, Enrico Rava, i tanti musicisti francesi del periodo in cui incideva per la Label Bleu, e tanti altri). In questa opera ritroviamo alcuni dei fedelissimi: l’eccezionale Gabriele Mirabassi al clarinetto, Claudio Dadone alla chitarra, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, Philippe Garcia alle percussioni, Luciano Biondini alla fisarmonica, Piero Ponzo al sax, i violoncellisti Piombo, Salvatori, Severi. Ospiti d’onore illustrissimi: Bill Frisel alla chitarra, Paolo Fresu alla tromba, Greg Cohen al contrabbasso. Tutti, ovviamente, perfettamente coesi alle sonorità della chitarra di Gianmaria, cosi densa di profumi e atmosfere che fanno riferimento alla tradizioni e alle culture popolari, blues, jazz, degli chansonnier francesi, della canzone d’autore italiana, dei songwriters americani.
Il tocco finale, l’inconfondibilità delle sue canzoni, è dato, comunque, dal velluto abrasivo della sua voce, che si sedimenta non tanto sull’udito, quanto sull’anima di chi ascolta. Avvolgente, calda, evocatrice di epifanie epiche nelle quali la dolcezza di malinconie struggenti si sposano con la rabbia e l’ironia di chi non cede il proprio passo alle asprezze della vita.
Per concludere sento di dover aggiungere un plauso immenso all’intera organizzazione di Produzioni Fuorivia, www.produzionifuorivia.it, che da anni produce spettacoli di assoluta qualità, e soprattutto alle efficientissime Paola Farinetti e Paola Chiapasco. E’ anche merito loro se si sono create negli ultimi anni le condizioni che hanno consentito a Gianmaria di esprimersi al meglio e di essere gratificato con la Targa Tenco.
Non posso veramente concludere senza aver prima reso omaggio a colui il quale già da molti anni, con la sua scrittura ed il suo modo di essere, ha inciso sulla poetica di Gianmaria, oltre ad aver fatto raggiungere profondità ed altezze vertiginose nelle anime dei suoi lettori (me in primis) e aver fatto vibrare le proprie corde, sia vocali che emotive, negli spettacoli che li hanno visti insieme protagonisti (Attraverso – Chisciotte e gli invincibili):
Erri De Luca.
Grazie, Gianmaria.
......................................................Franco...............
Invito tutti sul suo sito: www.gianmariatesta.com/
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